Intercettare la complessità delle varie forme di fede: Andrea Riccardi risponde a Giuseppe De Rita
Il pessimismo spinge a un illusorio cattolicesimo di "pochi ma buoni", la sfida oggi è guardare a tutti coloro che "non possono non dirsi cristiani". Essere ottimisti è conoscere per amare
Giuseppe De Rita, come me, ama richiamarsi al convegno del febbraio '74, come momento genetico della Chiesa locale di Roma, quando il Vicario Poletti riunì un popolo in Laterano in forza di un "potere" di convocazione attorno all'idea di una Roma più umana. L'idea era frutto di un'alleanza tra la dinamica della fede e lo spirito di chi voleva cambiare la città. La visione della Populorum progressio, portata in una media città europea. Così il cattolicesimo rivelava il suo «carattere al tempo stesso sociale, storico e interiore...». Le tre dimensioni insieme, diceva de Lubac.
Tanti anni dopo, a San Giovanni, siamo in un'altra prospettiva. Si può dire che non c'è il popolo. Non è così vero. Il pessimismo spinge a un illusorio cattolicesimo di "pochi ma buoni", di minoranza che, consolandoci, possiamo considerare creativa (le minoranze non sono per forza creative, sono spesso solo minoranze). Ci troviamo a discutere un rapporto che indaga su fede e italiani, che in sostanza dice: un popolo c'è, ma in forme diverse e altrove.
Diceva un mistico del Novecento, Giovanni Vannucci: «Per amare bisogna conoscere». Il problema è spesso l'ignoranza e l'approccio vittimista tipici di una cultura del declino. Che non è solo ecclesiale, ma di molti italiani, il 59,8%, che pensano che la Chiesa sia senza futuro. Non è mancanza di fede, diceva il cardinale Martini: «La perennità è assicurata alla Chiesa, non alle Chiese; le singole Chiese sono corresponsabili del loro futuro, la loro sopravvivenza è legata alla loro risposta». Partendo dall'evento che tanto colpì l'opinione pubblica non solo francese, l'incendio di Notre Dame, ho scritto il volume La Chiesa brucia, interrogandomi sul declino. È più di mezzo secolo che parliamo di evangelizzazione e siamo sempre di meno: brutale, semplice... Ma non è la fine. Martini concludeva: «Dunque la storia è seria ed è affidata a noi».
Il popolo c'è a modo suo! De Rita porta avanti l'idea della "zona grigia". Zona grigia non è proprio un'espressione esaltante: Primo Levi l'utilizzò per definire quelli che collaborano ad Auschwitz per provare a salvarsi; Renzo De Felice la usa per definire la maggioranza degli italiani che, dopo l'8 settembre 1943, non si schiera. Ma De Rita ha in mente una realtà d'altro genere. Ho indicato, da storico, un mondo di cristiani a modo proprio o, per dirla con Benedetto Croce, quelli che non possono non dirsi cristiani. Popolo in partibus infidelium, sordo alle convocazioni, ma fatto anche di fideles. Il 66% degli italiani dichiara di pregare; ma non si colloca nella liturgia e vive un individualismo religioso. Sono i "credenti non presenti", che non sentono la simultaneità comunitaria della risposta al suono delle campane, perché centrati su di sé.
L'indagine «si chiede dunque cosa resti di questa cultura cattolica e quali valori restino vivi». Mi chiedo: quali i valori dei cattolici romani sulla cui religiosità, nel 1975, Emil Pin fece la sua inchiesta? Apparvero pallidi e insufficienti, pur in una città ancora in buona parte permeata dalla Chiesa. Nella "zona grigia" c'è parecchio. Non bisogna però deconsiderare il mondo dei cristiani presenti. Ci sono tanti uomini e donne, realtà ecclesiali, che incidono nel cuore delle persone e nella vita: c'è ancora una giovinezza della Chiesa accanto a una realtà deperita. C'è però un fatto di fondo. L'individualismo religioso è figlio del «mutamento climatico culturale» per dirla con il rabbino britannico Jonathan Sacks: la dissoluzione di tanti "noi" e l'affermazione della prospettiva dell'Io". Affermazione pervicace contro ogni smentita dell'esistenza propria e della realtà.
Fin dal 2013, con l'Evangelii gaudium, Francesco ha proposto una Chiesa in uscita. Ma tale proposta è stata piegata alla continuazione dei discorsi sull'evangelizzazione. Oppure c'è stato un rifiuto di molti e di molte parrocchie, tanto che nel 2015, al convegno di Firenze, il papa pregò di ripartire dal suo testo. Mi colpì. In buona sostanza la proposta dell'Evangelii gaudium non è stata (del tutto?) recepita per una molteplicità di motivazioni. Forse per quella logica dell'io, diffusa anche nella Chiesa, che frenava rispetto al "farsi popolo" in una prospettiva più grande.
Tanti anni dopo, a San Giovanni, siamo in un'altra prospettiva. Si può dire che non c'è il popolo. Non è così vero. Il pessimismo spinge a un illusorio cattolicesimo di "pochi ma buoni", di minoranza che, consolandoci, possiamo considerare creativa (le minoranze non sono per forza creative, sono spesso solo minoranze). Ci troviamo a discutere un rapporto che indaga su fede e italiani, che in sostanza dice: un popolo c'è, ma in forme diverse e altrove.
Diceva un mistico del Novecento, Giovanni Vannucci: «Per amare bisogna conoscere». Il problema è spesso l'ignoranza e l'approccio vittimista tipici di una cultura del declino. Che non è solo ecclesiale, ma di molti italiani, il 59,8%, che pensano che la Chiesa sia senza futuro. Non è mancanza di fede, diceva il cardinale Martini: «La perennità è assicurata alla Chiesa, non alle Chiese; le singole Chiese sono corresponsabili del loro futuro, la loro sopravvivenza è legata alla loro risposta». Partendo dall'evento che tanto colpì l'opinione pubblica non solo francese, l'incendio di Notre Dame, ho scritto il volume La Chiesa brucia, interrogandomi sul declino. È più di mezzo secolo che parliamo di evangelizzazione e siamo sempre di meno: brutale, semplice... Ma non è la fine. Martini concludeva: «Dunque la storia è seria ed è affidata a noi».
Il popolo c'è a modo suo! De Rita porta avanti l'idea della "zona grigia". Zona grigia non è proprio un'espressione esaltante: Primo Levi l'utilizzò per definire quelli che collaborano ad Auschwitz per provare a salvarsi; Renzo De Felice la usa per definire la maggioranza degli italiani che, dopo l'8 settembre 1943, non si schiera. Ma De Rita ha in mente una realtà d'altro genere. Ho indicato, da storico, un mondo di cristiani a modo proprio o, per dirla con Benedetto Croce, quelli che non possono non dirsi cristiani. Popolo in partibus infidelium, sordo alle convocazioni, ma fatto anche di fideles. Il 66% degli italiani dichiara di pregare; ma non si colloca nella liturgia e vive un individualismo religioso. Sono i "credenti non presenti", che non sentono la simultaneità comunitaria della risposta al suono delle campane, perché centrati su di sé.
L'indagine «si chiede dunque cosa resti di questa cultura cattolica e quali valori restino vivi». Mi chiedo: quali i valori dei cattolici romani sulla cui religiosità, nel 1975, Emil Pin fece la sua inchiesta? Apparvero pallidi e insufficienti, pur in una città ancora in buona parte permeata dalla Chiesa. Nella "zona grigia" c'è parecchio. Non bisogna però deconsiderare il mondo dei cristiani presenti. Ci sono tanti uomini e donne, realtà ecclesiali, che incidono nel cuore delle persone e nella vita: c'è ancora una giovinezza della Chiesa accanto a una realtà deperita. C'è però un fatto di fondo. L'individualismo religioso è figlio del «mutamento climatico culturale» per dirla con il rabbino britannico Jonathan Sacks: la dissoluzione di tanti "noi" e l'affermazione della prospettiva dell'Io". Affermazione pervicace contro ogni smentita dell'esistenza propria e della realtà.
Fin dal 2013, con l'Evangelii gaudium, Francesco ha proposto una Chiesa in uscita. Ma tale proposta è stata piegata alla continuazione dei discorsi sull'evangelizzazione. Oppure c'è stato un rifiuto di molti e di molte parrocchie, tanto che nel 2015, al convegno di Firenze, il papa pregò di ripartire dal suo testo. Mi colpì. In buona sostanza la proposta dell'Evangelii gaudium non è stata (del tutto?) recepita per una molteplicità di motivazioni. Forse per quella logica dell'io, diffusa anche nella Chiesa, che frenava rispetto al "farsi popolo" in una prospettiva più grande.
Il Censis dice che, seppure la Chiesa non è uscita, la Chiesa in uscita c'è già: «L'insieme di questi credenti, che dopo essersi allontanati, sono divenuti sale e lievito per il mondo prima ancora che i loro parroci». Spesso si sentono estranei alle istituzioni ecclesiali: il 49,2% degli italiani pensa che la Chiesa emargina i laici. Il mutamento climatico culturale dell'io ha coinvolto tutti e molti si trovano altrove rispetto al mondo della Chiesa. Sarebbe facile e rimediabile - come faceva Esprit negli anni Trenta - dire: «par notre faute» , per colpa della Chiesa. Tutto questo sarebbe avvenuto per colpa della Chiesa. Invece le insensibilità della Chiesa si mischiano alla realtà di un mondo diverso. Certo c'è stata una mancanza di leadership nei confronti non solo dei cattolici, ma della società. Si è continuata per anni una gestione molto interna. Martini, parlando di fede, Bibbia, mondo, ha avuto una leadership "spirituale" sui cattolici, sulla zona grigia di Milano e oltre.
Il problema non è qualche riforma, ma la visione della realtà: «L'uomo soffre soprattutto per mancanza di visione» - scriveva Wojtyla di cui ricordiamo i vent'anni della scomparsa. La ricerca La responsabilità della Speranza nasce dal dolore per l'irrilevanza della Chiesa. Un'irrilevanza che si salda allo stato d'animo degli italiani: non potere o volere fare la differenza in questo paese. «Non si rianima un paese impigrito con le sferzate» - dice il rapporto. La realtà è l'impigrimento: «Nell'epoca odierna non esiste una moltitudine collaborativa e interconnessa in grado di elevarsi a protesta globale...» - scrive Byung-Chul Han. Lui parla di protesta, ma si potrebbe dire qualunque spinta larga al cambiamento. Ma tutto non è destinato a restare fermo. La ricerca, da parte sua, propone «una vocazione di massa, animare la zona grigia, ri-animare il paese, ri-attivare i credenti non presenti». Un'illusione? C'è un kairòs da cogliere. In questa grande crisi, dalle dimensioni internazionale e dalle grandi ricadute sulla vita quotidiana, mentre i poteri si ristrutturano e si allargano silenziosamente, la zona grigia è uno spazio grande con le sue potenzialità: «Io ho un popolo numeroso in questa città» (At. 17,10) - è quello che Paolo ascolta in visione.
Tuttavia questo popolo, a seguire l'inchiesta, si assottiglia quando si parta di giovani. La "zona grigia" non trasmette molto alla nuova generazione. Il tempo non è lungo. Ci vuole l'intuito dei rabdomanti spirituali per intercettare la zona grigia, ascoltare e parlare la sua lingua. Cogliere i semi di speranza o dell'oltre dell'io, per la realizzazione di un "io" più pieno, capace di relazione, comunione e alleanze. Scriveva Emmanuel Mounier: «Il noi realtà spirituale, quale conseguenza dell'io, non è il frutto dell'annullamento delle persone, ma del loro perfezionamento. Sappiamo per esperienza intima che solo approfondendo il proprio io, ognuno scopre il presentimento e il desiderio dell'Altro». Gesù dice: «Dove sono due o tre riuniti nel mio nome, io sono in mezzo a loro»: una presenza oltre.
Non siamo destinati solo al mondo dell'io. C'è il lavoro dello Spirito, anche se non si possono evitare i dubbi di Nicodemo: come nasce il nuovo da un tessuto invecchiato, da un clima di declino? Non si può tutto controllare, ma bisogna istallarsi di più fuori e lo Spirito soffia dove vuole. La visione della realtà ecclesiale non può essere monodimensionale: la parrocchia. La Chiesa della Roma prima del 1870 presentava una morfologia di riferimenti e appartenenze diverse: dalla parrocchia alle confraternite, alla pietà popolare, ai santuari intra muros, ai collegamenti con le comunità religiose e tant'altro. C'è stato un appiattimento dall'Ottocento su un modello unico, che le leggi di laicizzazione volevano: il tessuto religioso pluralistico doveva scomparire e la Chiesa restare solo un servizio religioso al quartiere, quando non c'erano assistenti sociali e psicologi. Alla fine anche all'istituzione ecclesiastica è sembrata una Chiesa più governabile.
Oggi una città complessa necessita di una morfologia di vita ecclesiale diversificata, capace di approcci e strade diverse. Tomaso Montanari, in un bel libro, Chiese chiuse, denuncia l'insignificanza dell'edificio-chiesa in tante città italiane. Notre Dame, dopo la sua riapertura (ero alla cerimonia che ha parlato a molti) ha ritrovato una capacità attrattiva inaspettata, come testimonia l'arcivescovo di Parigi. Le chiese parlano con il loro linguaggio ai cristiani, ai credenti a modo loro e a tutti. In una città complessa, le chiese possono essere uno spazio altro: forse santuari tra le case. Sono, allo stesso tempo, segno di alterità e porta aperta.
Alla fine dell'inchiesta, si parla del povero: stimolati da Francesco, c'è una approfondita riflessione da fare e una recezione da operare. Il povero è stato affrontato spesso con un'impostazione istituzionale e poco personale («toccare il povero» - dice invece il papa), ma anche in maniera assistenziale e poco spirituale. L'incontro con il povero porta oltre, come nei Padri e nel Vangelo: fa trascendere un io autocentrato e crea un noi particolare. Per vivere in mezzo a un popolo grande, complesso, in cui ci sono domande vere, c'è bisogno di un sentimento, la simpatia. Tanto più necessario che la vita nella città è spesso segnata da tanta antipatia, se non da odi. Il futuro di speranza è l'homo sympatheticus - diceva Abraham Heschel - capace di passione e di appassionarsi. Il volto del cristiano è "l'altra porta": «I nostri occhi, il nostro sorriso, il rallentare un poco il passo e mettersi a guardare colui che sappiamo che sta aspettando» - dice il papa.
La lettura di questa inchiesta ci porta aldilà della cultura del declino. Nel 1942, durante la guerra, in un momento duro della sua vita, Bonhoeffer scriveva di ottimismo: «... l'ottimismo non è un modo di vedere la situazione presente ma è una energia vitale, una forza della speranza laddove altri si sono rassegnati: la forza di tener alta la testa anche quando tutto sembra fallire, la forza di reggere i colpi, la forza che non lascia mai il futuro all'avversario ma lo reclama per sé... l'ottimismo come volontà di futuro...». Conoscere per amare. E amare è anche condividere una volontà di futuro per la Chiesa e la società.
Il problema non è qualche riforma, ma la visione della realtà: «L'uomo soffre soprattutto per mancanza di visione» - scriveva Wojtyla di cui ricordiamo i vent'anni della scomparsa. La ricerca La responsabilità della Speranza nasce dal dolore per l'irrilevanza della Chiesa. Un'irrilevanza che si salda allo stato d'animo degli italiani: non potere o volere fare la differenza in questo paese. «Non si rianima un paese impigrito con le sferzate» - dice il rapporto. La realtà è l'impigrimento: «Nell'epoca odierna non esiste una moltitudine collaborativa e interconnessa in grado di elevarsi a protesta globale...» - scrive Byung-Chul Han. Lui parla di protesta, ma si potrebbe dire qualunque spinta larga al cambiamento. Ma tutto non è destinato a restare fermo. La ricerca, da parte sua, propone «una vocazione di massa, animare la zona grigia, ri-animare il paese, ri-attivare i credenti non presenti». Un'illusione? C'è un kairòs da cogliere. In questa grande crisi, dalle dimensioni internazionale e dalle grandi ricadute sulla vita quotidiana, mentre i poteri si ristrutturano e si allargano silenziosamente, la zona grigia è uno spazio grande con le sue potenzialità: «Io ho un popolo numeroso in questa città» (At. 17,10) - è quello che Paolo ascolta in visione.
Tuttavia questo popolo, a seguire l'inchiesta, si assottiglia quando si parta di giovani. La "zona grigia" non trasmette molto alla nuova generazione. Il tempo non è lungo. Ci vuole l'intuito dei rabdomanti spirituali per intercettare la zona grigia, ascoltare e parlare la sua lingua. Cogliere i semi di speranza o dell'oltre dell'io, per la realizzazione di un "io" più pieno, capace di relazione, comunione e alleanze. Scriveva Emmanuel Mounier: «Il noi realtà spirituale, quale conseguenza dell'io, non è il frutto dell'annullamento delle persone, ma del loro perfezionamento. Sappiamo per esperienza intima che solo approfondendo il proprio io, ognuno scopre il presentimento e il desiderio dell'Altro». Gesù dice: «Dove sono due o tre riuniti nel mio nome, io sono in mezzo a loro»: una presenza oltre.
Non siamo destinati solo al mondo dell'io. C'è il lavoro dello Spirito, anche se non si possono evitare i dubbi di Nicodemo: come nasce il nuovo da un tessuto invecchiato, da un clima di declino? Non si può tutto controllare, ma bisogna istallarsi di più fuori e lo Spirito soffia dove vuole. La visione della realtà ecclesiale non può essere monodimensionale: la parrocchia. La Chiesa della Roma prima del 1870 presentava una morfologia di riferimenti e appartenenze diverse: dalla parrocchia alle confraternite, alla pietà popolare, ai santuari intra muros, ai collegamenti con le comunità religiose e tant'altro. C'è stato un appiattimento dall'Ottocento su un modello unico, che le leggi di laicizzazione volevano: il tessuto religioso pluralistico doveva scomparire e la Chiesa restare solo un servizio religioso al quartiere, quando non c'erano assistenti sociali e psicologi. Alla fine anche all'istituzione ecclesiastica è sembrata una Chiesa più governabile.
Oggi una città complessa necessita di una morfologia di vita ecclesiale diversificata, capace di approcci e strade diverse. Tomaso Montanari, in un bel libro, Chiese chiuse, denuncia l'insignificanza dell'edificio-chiesa in tante città italiane. Notre Dame, dopo la sua riapertura (ero alla cerimonia che ha parlato a molti) ha ritrovato una capacità attrattiva inaspettata, come testimonia l'arcivescovo di Parigi. Le chiese parlano con il loro linguaggio ai cristiani, ai credenti a modo loro e a tutti. In una città complessa, le chiese possono essere uno spazio altro: forse santuari tra le case. Sono, allo stesso tempo, segno di alterità e porta aperta.
Alla fine dell'inchiesta, si parla del povero: stimolati da Francesco, c'è una approfondita riflessione da fare e una recezione da operare. Il povero è stato affrontato spesso con un'impostazione istituzionale e poco personale («toccare il povero» - dice invece il papa), ma anche in maniera assistenziale e poco spirituale. L'incontro con il povero porta oltre, come nei Padri e nel Vangelo: fa trascendere un io autocentrato e crea un noi particolare. Per vivere in mezzo a un popolo grande, complesso, in cui ci sono domande vere, c'è bisogno di un sentimento, la simpatia. Tanto più necessario che la vita nella città è spesso segnata da tanta antipatia, se non da odi. Il futuro di speranza è l'homo sympatheticus - diceva Abraham Heschel - capace di passione e di appassionarsi. Il volto del cristiano è "l'altra porta": «I nostri occhi, il nostro sorriso, il rallentare un poco il passo e mettersi a guardare colui che sappiamo che sta aspettando» - dice il papa.
La lettura di questa inchiesta ci porta aldilà della cultura del declino. Nel 1942, durante la guerra, in un momento duro della sua vita, Bonhoeffer scriveva di ottimismo: «... l'ottimismo non è un modo di vedere la situazione presente ma è una energia vitale, una forza della speranza laddove altri si sono rassegnati: la forza di tener alta la testa anche quando tutto sembra fallire, la forza di reggere i colpi, la forza che non lascia mai il futuro all'avversario ma lo reclama per sé... l'ottimismo come volontà di futuro...». Conoscere per amare. E amare è anche condividere una volontà di futuro per la Chiesa e la società.
[ Andrea Riccardi ]